Capitolo 3

“C’è chi costruisce una carriera sul dolore altrui e riesce tuttavia a non vergognarsene.”

Il sorriso sarcastico di Bonetti non lasciava presagire niente di buono. Decisamente non era dell’umore adatto per aiutare nessuno, né si sentiva disposto ad ascoltare tortuose bugie: Lo stato d’animo meno adatto per incontrare, in quelle circostanze, Adolfo Rinaldi.

Questi era uno dei nomi più noti della “Bologna bene” e al tempo stesso un cupo presagio per gli imprenditori indipendenti che osavano intralciare l’avanzata della “holding rinaldi”. Più di uno tra loro si era ritrovato sul lastrico senza avere nemmeno la possibilità di vendere tutto e ritirarsi a vita privata. L’uomo famelico ora lo attendeva in un elegante salotto perfettamente in tinta con la sua cravatta. Anche se era seduto dando le spalle alla porta, Bonetti lo riconobbe subito: I suo i capelli color piombo ricordavano la pinna di uno squalo.

“Si accomodi, prego”

Le parole sembravano gentili, ma il tono di voce tradiva un’attitudine al comando che non gli piacque affatto. Si disse che comunque poteva essere semplicemente questione di… gelosia? Gli seccava ammetterlo, ma forse non era davvero così pronto per quel lavoro.

Bonetti sospirò e si avvicinò ad una delle avvolgenti poltrone damascate aggirando il ripiano di cristallo che poggiava su quella che sembrava essere roccia viva. Sul ripiano, un vassoio d’argento ed un servizio da thè. Le tazze erano già state riempite.

“Lei capisce bene che questa non è una situazione ordinaria, quindi mi permetto di saltare i preamboli da buon padrone di casa. Si serva e cerchiamo di venire al dunque”

Bonetti non scelse né latte né limone. Si limitò a sfiorare la tazza con la mano, poi cambiò idea e tirò fuori un blocchetto ed una penna: Sarebbe sembrato un cameriere sfacciato sedutosi in attesa dell’ordinazione del facoltoso cliente.

“Parliamone”

Rinaldi rimase perplesso solo per un istante dal tono dell’interlocutore ma passò subito con decisione all’esposizione della questione.

“Da circa quattro mesi vivo sotto scorta. Una serie di minacce ha convinto le forze dell’ordine del fatto che fosse il caso di proteggere la mia persona. Ciononostante non si pensava che potessero esserci reali pericoli, quindi la mia abitazione non è stata sorvegliata, e neppure la mia famiglia…”

Una sensazione sgradevole, una nuvola di malessere cominciò ad addensarsi nello stomaco di Bonetti: una nuvola chiamata preoccupazione. Nella mano aveva ancora il taccuino, ma non scrisse nulla.

“Vada avanti”

“Questa notte qualche malintenzionato si è introdotto in casa. Cercava me, ma io non ero… in città. Se fossi stato qui la mia guardia del corpo sarebbe intervenuta ma, come le ho già detto, la casa non è sorvegliata in mia assenza. La signorina Russo è stata ferita ed Emilia è stata rapita…”

Fino a quel momento Laura era rimasta in un angolo della stanza senza muovere un solo muscolo: Un’autentica moglie trofeo esposta come una statua antica nella stanza per il ricevimento degli ospiti. Sentendo il nome della figlia, però, le sue difese cedettero per un istante e non riuscì a trattenere un singhiozzo, uno soltanto, prima di tornare ad essere la signora di sempre.

“Emilia” pensò Bonetti e, giusto per avere qualcosa da fare e non sentirsi costretto a dire qualcosa scarabocchiò quel nome su una pagina bianca, come se fosse il titolo di una poesia ancora da scrivere.

Le nuvole non accennavano a diradarsi…

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La morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare… (Jorge Luis Borges)

…vale a dire che, dopo aver parlato del “scegliete la vita” di trainspotting, mi è capitato oggi di andare ad una cerimonia funebre.

Curiosamente, 8 giorni fa mentre acquistavo un nuovo abito scuro ho pensato (con l’ironia cinica che mi rende famoso) “ecco, se dovesse capitare un funerale sarei a posto con l’abito”. Se l’avessi saputo forse mi sarei evitato questa frase.

I funerali sono un rito, ci si va per fare il proprio dovere, per dare il proprio sostegno (ma quale, poi?), per far vedere che “si è presenti”.

Si va perché si voleva bene al defunto, oppure perché si amano le persone che soffrono per la perdita. Oggi non so bene perché sono andato: Non conoscevo la persona defunta e non posso dire di conoscere particolarmente i suoi amici e i suoi parenti, eppure c’era qualcosa che mi spingeva ad andare. Ho indossato l’abito scuro, una camicia immacolata, una cravatta nuova e ho nascosto gli occhi dietro agli occhiali da sole. Non voglio essere giudicato per quello che i miei occhi esprimono, voglio poter piangere o ridere liberamente.

A proposito del “riso”, ammetto di avere un problemino di natura nervosa (?) che colpisce implacabile ai funerali: Vengo immancabilmente colto da ilarità incontenibile e devo fare di tutto per non mettermi a ridere, non so bene perché. In quei momenti tutto diventa irresistibilmente buffo e io colleziono brutte figure (sociopatia amica mia…).

Quando sarà il momento del mio funerale vorrei persone non troppo tristi, persone che sanno quanto a me piaccia ridere e che mi rendano omaggio facendolo. Magari si potrebbe suonare “everybody’s got something to hide except me and my monkey”, giusto per mostrare quanto poco seriamente prenderò la mia dipartita, o “la marcia del camposanto” di Capossela… Qualunque cosa pur di dissacrare quel momento!

Con questo… continuo a stupirmi di quanta comunicazione è presente in un abbraccio, in uno sguardo, in un sorriso. Spero che non manchino mai, queste cose, a nessuno. Possano abbondare nella vita di coloro che affrontano una perdita…

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Scegliete la vita?!?

Choose life; choose a job; choose a career; choose a family; choose a fucking big television, choose washing machines, cars, compact disk players and electrical tin openers; Choose good health, low cholesterol and dental insurance; choose fixed-interest mortgage repayments; choose a starter home; choose your friends; Choose leisurewear and matching luggage; Choose a three-piece suite on hire purchase in a range of fucking fabrics; choose DIY and wondering who the fuck you are on sunday morning; choose sitting on the couch watching mind numbing, spirit-crushing game shows, stuffing junk food into your mouth; choose rotting away at the end of it all, pishing your last in amiserable home nothing more than an embarassement to the selfish, fucked-up brats you spawned to replace yourself; choose your future; choose life. But why would i want to do a thing like that? I chose not to choose life: I chose something else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin?

 

(mark renton)

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Capitolo 2

CAPITOLO 2
Se avesse avuto un cappello probabilmente l’avrebbe tolto e se lo sarebbe portato al petto in segno di rispetto.
La stanza era completamente a soqquadro, oggetti di ogni sorta erano sparsi sul pavimento e le tende, un tempo semplicemente rosa, erano macchiate da gocce allungate come lacrime. Dalla macchia di sangue versato sul pavimento si diramavano tetri canali di scolo lungo gli interstizi tra le piastrelle chiare del pavimento. Non era poi così tanto, ma era davvero impressionante. Al centro della stanza, la sagoma bianca di un corpo, un corpo che però mancava. Aveva immaginato che qualcosa di terribile fosse successo, certo, ma questo andava ben al di là delle sue aspettative. Possibile che quella donna fosse così forte da non esserne completamente annichilita? Forse, suppose, era da tempo abituata a celare ciò che sentiva… e qui preferì smettere di pensare, non poteva ancora permetterselo. Si guardò attorno in cerca del “dettaglio”, quello che i grandi detective trovano sempre… Niente, niente da fare. Vedeva solo confusione, e pensò che ci sarebbero volute ore per capirci qualcosa. Apparentemente nessun indizio lasciato lì in bella mostra.

“Il corpo è stato rimosso e i rilevamenti sono stati completati nella mattinata” disse lei, con un tono imbarazzato, quasi di scusa. Lo sguardo di Bonetti vagò per la stanza, fissandosi poi sul volto di lei con aria interrogativa. Ancora non gli era chiaro il motivo per cui si trovava lì.

Tra rapimento e omicidio la differenza sembrava netta, non si aspettava certo di ritrovarsi in mezzo a tutto quel sangue. Inoltre aveva una teoria tutta sua, riguardo ai rapimenti, e sapeva che nella maggior parte dei casi le sparizioni sono più che altro delle banali fughe, una qualche specie di “richiesta d’aiuto e attenzione o qualcos’altro”, roba psicologica. Rapimento, sparizione, fuga: si era aspettato una vicenda di quelle che si risolvono da sole e ti fanno fare bella figura. Bastava far la faccia cattiva, le compagne di scuola si lasciavano inevitabilmente scappare una mezza parola ed entro l’ora di cena la piccola fuggitiva era recuperata. Massimo risultato, minimo dispendio di energie e di capacità (e di entrambe si sentiva in debito).

“Un… omicidio?” Sentì che aveva voglia di fumare, poi pensò che i veri detective non fanno domande idiote, e non fumano sul luogo di un delitto, infine si ricordò del fatto che comunque
lui non era un vero detective e che ormai i rilevamenti erano stati fatti. Tirò fuori il pacchetto dalla tasca e si accorse che ne restava soltanto una. Meglio conservarla…

“No, o meglio, sì e no.” Forse neppure lei era poi così tanto padrona della situazione, eppure si riprese subito.

“Non ti avrei chiamato, per un omicidio. Degli omicidi se ne occupa la polizia. E anche dei rapimenti.” Aveva anche quel tono da maestrina scocciata. Quel tono che lo faceva sentire ancora più sciocco. Decisamente non ne aveva bisogno, eppure dovette ammettere che non ci capiva più niente!

“L’omicidio c’è stato, e c’è stato anche un rapimento. Tu mi servirai, ma non ti sto chiedendo di “risolvere” niente. Semplicemente mi serve un’uomo che si sappia muovere quando sarà necessario. Seguimi.”

La donna si voltò rapidamente e, uscita dalla stanza, attraversò il corridoio meravigliosamente in ordine, una perfetta simulazione di normalità. Bonetti alzò le spalle. Se non era possibile capire, allora era l’uomo perfetto. Lui era da tutta una vita che non capiva… Si incamminò pure lui, riconsiderando l’ipotesi di fumarsi quella sigaretta.

 

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…venne l’acqua, venne il silenzio…

Questo è il risultato, per ora. Non escludo future modifiche, ma anche no...


Prima di tutto arrivarono i passi            
che affondavano in mezzo alla sabbia
e sassi e pietre in attesa paziente
dell'inseguitore che li sorpassava.

Dunque l'esilio, involontario,               
sotto lo sguardo di un sole arancione
ed un divario che può spaventare
il cacciatore partito in ritardo.

Un uomo non è altro che una traccia          
finché è inseguito attraverso un deserto
continua la caccia, nessun cedimento
e non importa se è stanco o ferito.

Venne il cielo di notte, differente           
da quello spietato e soffocante,
lontano parente di quello celeste
riflesso nell'occhio blu spiritato

sonno irreale, ovattato e distante
le mani e le gambe avviluppate.
nessuna coperta sarà sufficiente
a riscaldare speranze sprecate
e sentimenti come ossa spezzate
in un corpo sollevato solamente
da muscoli tesi, da strane impressioni,
identità e volontà vacillanti.

coperto da stelle, come candele
vennero il vento asciutto e la fame.
nuvole strane a deridere il viaggio
l'occhio agguerrito si fece più spento

e prevedibile, piaga temuta,
venne la sete afferrando la gola
rimasta muta e senza scusanti
in mezzo a quelle distese inviolate

sete che asciuga la bocca e lo sguardo
neanche una lacrima per misurare
quella distesa che si va allungando
tutto un deserto da attraversare
e sentimenti come ossa spezzate
in un corpo teso solamente
da muscoli stanchi e da strane impressioni
identità e volontà vacillanti

e venne l'acqua, occhi di mare
come un'amica sparita da tempo
in un orizzonte troppo antico
e troppo lontano da ricordare

attraverso uno specchio di gocce
così disperate e così tanto attese
vane minacce riuscirono infine
a giungere a chi le aveva ispirate

fu un fronteggiare il proprio destino.
strana vendetta di torti indistinti
vago il motivo, strano il duello,
dalle pistole una doppia saetta 

venne il silenzio a interrompere il giorno
le loro ossa trovarono pace
e tutto attorno soltanto la sabbia
intrisa di sangue, si fece più rossa.

sonno irreale, ovattato e distante
le mani e le gambe avviluppate
nessuna coperta sarà sufficiente
a riscaldare speranze sprecate
e sentimenti come ossa spezzate
in un corpo sollevato solamente
da muscoli tesi da strane impressioni
identità e volontà vacillanti...
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Acqua, orizzonti, sparizioni, musica.

…e venne l’acqua occhi di mare, come un’amica sparita in un orizzonte troppo antico per ricordare…


Su queste parole sto costruendo la mia ultima canzone. Non so bene come mi siano venute in mente, non so bene dove porteranno. La canzone è quasi finita, l’orizzonte non è poi così lontano… niente, in realtà, è troppo lontano tranne ciò che allontaniamo volontariamente.

Finita questa mi rimetterò a scrivere, ho alcuni racconti in cantiere…


p.s. non c’entra molto con tutta questa saggezza posata, ma oggi mi sento Harder Better Faster Stronger… Siate felici. Io, più o meno, lo sono.

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Una cosa divertente che non farò mai più…

Già al momento di sedersi fu chiaro che il sistema "castale" non era un’esclusiva dei religiosi induisti: I vari componenti del gruppo allargato si mossero attorno ai divanetti verde acido studiando con ostentata noncuranza i movimenti altrui. Solo i più sicuri di sé ebbero finalmente il coraggio di spezzare la leggera tensione prendendo posto per primi. Seguirono, in meno di un minuto, tutti gli altri che si disposero a raggiera intorno ai leader naturali.

Alessio non riuscì a non pensare alla "disposizione a spirale incrociata", che avrebbe permesso di ottimizzare gli spazi, permettendo di ridurre la distanza media tra tutti i componenti del gruppo. Inutile aggiungere che lui stesso si trovava in una posizione decisamente decentrata, chiaro sintomo di scarsissimo appeal sociale, pienamente meritato.

La disposizione animata da un andamento quasi matematico nella sua prevedibilità fu inaspettatamente turbata dalla scelta di una coppia di ragazze decisamente molto avvenenti che scelsero di sedersi ad un solo metro di distanza, proprio davanti a lui. Chiaramente "solo un metro" era in questo caso sinonimo di "a una distanza completamente incolmabile" perché, sebbene la situazione potesse sembrare strategicamente vantaggiosa, Alessio sapeva perfettamente che se le ragazze avevano scelto di sedersi fuori dalla cerchia principale, l’avevano fatto per evitare eventuali corteggiatori per quella serata.

"Nessun pericolo con me, ragazze" pensò.

Al suo fianco intanto era crollato pesantemente un enorme maiale accuratamente spettinato, il quale esibiva tronfio una maglietta che nelle intenzioni del creativo di turno doveva essere particolarmente spiritosa. Alessio scelse di non sbirciare il retro della t-shirt e non seppe mai come finiva la frase allusiva scritta sul petto in caratteri grezzi e luminosi. Se aveva la possibilità di decidere di non vedere, non poteva fare scelte simili con gli altri sensi. L’enorme neanderthaliano emanava infatti un penetrante afrore che non sembrava affatto "profumo di vittoria", sebbene fosse potenzialmente più dannoso del famoso napalm.

Alessio socchiuse gli occhi, sognò di essere altrove, cercò di escludere per qualche istante odori e rumori, tentando di restare solo con sé stesso. In effetti cambiò pochissimo: Solo con sé stesso lo era già da quando aveva accettato di uscire, chissà poi come gli era saltato in mente!

Cosa poteva salvare quella serata? C’erano state sensazioni piacevoli? Era riuscito a sentirsi, anche per un solo istante, "parte del tutto"? In un certo senso la risposta era chiaramente "no", eppure fu in quel momento che capì di essere effettivamente un componente di quell’aggregato sociale. Era colui che dava agli altri il riferimento, era l’unità di misura minima della partecipazione, dell’essere "adatto e desiderabile". Stava praticamente stabilendo il primato della "nullità", che avrebbe consentito agli altri di misurare se stessi e sentirsi comunque meglio di lui. Una sorta di capro espiatorio sociale che permetteva al resto del mondo di sentirsi meglio, un nobile titano che sosteneva quel mondo vuoto.

Alessio sorrise, riaprì gli occhi e spinto da un nuovo entusiasmo ordinò da bere, ignorato anche dal cameriere che si allontanò con le ordinazioni…

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Lezione di anatomia

L’illuminazione potente cadeva perpendicolare sulle mani del professor Nick Tulpes e sulle lunghe

pinze metalliche che stringeva. Davanti a lui un largo ripiano metallico, leggermente graffiato

dall’uso ripetuto nel corso di tanti anni, sul quale giaceva l’oggetto della sua dissertazione. A

pochi metri sedevano ai banchi disposti ad emiciclo decine di studenti che seguivano la lezione con

stupore e raccapriccio.

"Questa bella massa di carne rossastra, signori, è un cuore umano. Nello specifico si tratta di un

cuore danneggiato, e oggi cercheremo di capire quali sono le sue effettive condizioni."

L’intera classe trattenne il respiro mentre il professore iniziava ad illustrare la configurazione

delle strutture esterne. Nessuno ancora faceva domande ma le facce erano perplesse e pochi riuscirono

a prendere appunti.

"…e come potete vedere (e qui si interruppe un istante per sollevare bene il cuore e mostrarlo a

tutti) su questo lato possiamo notare un’area leggermente più scura. Chiaramente il cuore espiantato

inizia subito a perdere tono e assume un colore differente, però potete vedere anche voi la

differenza cromatica che è indice di una "sofferenza", probabilmente coronarica, legata forse ad un

episodio acuto…"

Nell’esatto istante in cui Tulpes sollevò il suo ausilio visivo sanguinolento si levò un mormorio dai

banchi più vicini. Qualcuno si sporse in avanti per vedere meglio, altri tolsero per un istante gli

occhiali, come per controllarne la pulizia. Alcune mani si alzarono, i ragazzi sembravano titubanti.

"…silenzio per favore, le domande dopo."

Afferrò un piccolo bisturi dall’impugnatura di plastica e praticò con decisione un’incisione di

qualche centimetro. Lo fece lentamente affinché gli studenti potessero memorizzare il metodo.

"Infatti, come dicevamo prima, si può notare una serie di piccole aree sofferenti nello stesso

settore. Si può avanzare con decisione l’ipotesi che si tratti di una serie di piccolissimi infarti

da stress. Probabilmente la vita del donatore doveva sembrare insopportabile, magari problemi sul

lavoro o di natura affettiva, unite a cattive abitudini alimentari, forse. Ovviamente queste sono

ipotesi che… Ho detto che alle domande rispondo dopo!"

In effetti ora le mani alzate erano parecchie e i visi troppo pallidi per essere ignorati. Il

professore tentò comunque di riprendere il discorso. Nel frattempo uno degli assistenti, inizialmente

seduto ad un banco laterale, si era alzato e gli si avvicinava in silenzio.

"Già in precedenza il soggetto aveva accusato disturbi, ma i campioni esaminati dopo ben due prelievi

bioptici non erano stati sufficientemente chiari da consentirci di avanzare ipotesi, come invece

stiamo facendo ora…"

In quel momento Nick Tulpes si interruppe e appoggiò pesantemente la mano sinistra al bordo del

tavolo metallico. Chiuse gli occhi per un istante e rabbrividì. Quando riaprì gli occhi l’assistente

era ormai al suo fianco.

"Dottore… Scusi ma…"

Il giovane dottorando indicò il camice del docente, il cui sguardo si abbassò alla cravatta violacea.
Proprio dove un tempo doveva esserci stato il taschino del camice, con le penne e il cartellino

identificativo, una macchia color rosso vivo ed un enorme squarcio scuro, che attraversava i vestiti

fino a rivelare una cavità rimasta ormai priva del suo motore pulsante…

Prima di accasciarsi trovò le forze per sollevare un ultima volta il suo cuore malandato: Un monito

alle generazioni spensierate, che ripresero a scrivere.

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Capitolo 1

CAPITOLO 1
"Si riceve anche senza appuntamento"

"Se una persona non ha almeno un oscuro segreto non vale la pena di conoscerla…"

Tutte le mattine, entrando nella stanza che chiamava ufficio leggeva quella frase, scritta su un

vecchio poster dai bordi rovinati. Dove l’avesse trovato non se lo ricordava nemmeno più, eppure era

una tra le poche componenti di arredo ad essere sopravvissute alla lunga serie di cambiamenti e

rivoluzioni. Bonetti si tolse la felpa scura dal collo alto (non era quel tipo di investigatore da

impermeabile chiaro e cappello) e la sistemò sulla spalliera della sedia girevole, dove si sedette

pesantemente. La sedia segnalò di non gradire il suo peso con un cigolio preoccupante e Bonetti

annotò mentalmente "mettersi a dieta", ben sapendo che non l’avrebbe mai fatto. Il lunedì mattina

era, al contrario di molti suoi conoscenti, di buon umore, pronto ad affrontare il suo lavoro.

Cominciò a frugare tra la decina di pagine stampate davanti a se, cercando di scegliere tra i

lavoretti banali che aveva accettato in uno dei frequenti momenti di noia: Minacce telefoniche, un

paio di accertamenti sul reale stato di salute di malati immaginari e un’indagine fin troppo classica

su una moglie un po’ troppo allegra. Chiuse gli occhi, mischiò i fogli tra loro e ne pescò uno a

caso, l’unico suo metodo scientifico di scelta, l’unico che continuasse ad applicare in molti campi

della sua vita. In quel momento, però, con gli occhi chiusi e la mente che vagava, lo sentì arrivare.

Certi profumi, come rudimentali macchine del tempo, ti riportano indietro di anni: La siepe di

pitosforo che circondava l’asilo, il caffè d’orzo che beveva la nonna nella sua vecchia cucina e… e

quel profumo che Bonetti aveva sognato fin troppe volte e che pensava di aver dimenticato. Non riaprì

gli occhi, non voleva rovinare tutto con la solita dose di realtà deludente. Preferì sognare per un

istante un ritorno improbabile, imprevisto, desiderato così tanto da essere poi riuscito chissà come

a rimuoverlo. In quel momento qualcuno bussò alla sua porta…

Gli occhi verdi, i capelli più scuri rispetto a dieci anni prima, il fisico ancora agile e minuto; la

donna era elegante e bella, quel genere di aspetto che fa immediatamente pensare alla capacità insita

nel denaro di conservare le persone. Ci sono però cose che nemmeno il denaro può comprare: Gli occhi

della donna erano gonfi, il trucco era stato applicato frettolosamente e la sua espressione

formalmente sorridente non riusciva a celare lo sconvolgimento che evidentemente la tormentava.

"…c’era scritto che non è richiesto appuntamento…"

Non terminò la frase. Forse nemmeno una "signora" di classe, abituata a gestire le conversazioni più

maligne nei salotti bolognesi, poteva restare impassibile di fronte alla faccia di Bonetti che

sembrava, in effetti, prossimo ad un infarto. Dopo qualche secondo di imbarazzo silenzioso

l’investigatore riuscì a ricomporsi, ma tutto quello che riuscì a dire fu "Sì, infatti…".

La donna avanzò di un passo, richiuse la porta alle sue spalle e si avvicinò alla scrivania

guardandolo in viso, studiando gli effetti del tempo su lineamenti un tempo tanto usuali.

"Sei invecchiato, ma sembri ancora in buona salute. Un bell’uomo, nell’insieme"

Non c’era la maliziosa civetteria di un tempo, in quelle parole. Sembrava più il tono di una parente

incontrata dopo tanto tempo, intenta a valutare la crescita di un lontano nipote. Bonetti pensò per

un attimo al fatto che, in effetti, lei doveva avere ormai raggiunto i 45 anni. Eppure era ancora

così bella… Quest’ultimo pensiero durò poco, pochissimo. Bonetti aveva imparato a scacciare quelle

fantasie che ancora a distanza di anni si presentavano e a considerarle per quelle che erano: vuote

digressioni sulle assenze che non potevano far altro che ferirlo ancora. A salvarlo fu una delle rare

ispirazioni ironiche.

"Io sono un uomo bellissimo, non ‘bello nell’insieme’…"

Non perse tempo, non restò a guardarla sorridendo come avrebbe fatto con una vecchia amica. Se lei

era lì c’era sicuramente un motivo, uno serio. La guardò e accennò con il mento alla sedia consumata

che aspettava davanti alla scrivania. Lei la scostò, raccolse un giornale che era rimasto appoggiato

sul sedile appoggiandolo sulla scrivania e si sedette. Non si sentì alcun cigolio, questa volta

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il pranzo

Il suo coltello preferito, quello con la lama larga ben affilata e l’impugnatura di legno chiaro. La sensazione ruvida all’interno del palmo e il rumore sordo del taglio la facevano sentire una vera cuoca, mentre sminuzzava metodicamente la cipolla e le altre verdure. In seguito, come sua abitudine, avrebbe asciugato la lama e avrebbe iniziato la preparazione della carne incidendola con cura. Per Jelena si trattava di un processo lento e solenne, la preparazione di un rituale antico. Cucinava con la faccia seria e concentrata, senza cantare, come le aveva insegnato nonna Mirjana. GI unici rumori erano i tuoni lontani e il borbottio della grossa pentola, quella segnata da mille ferite e ammaccature, che attendeva le pietanze muta ed antica come una maschera.

In breve tempo l’aria divenne la stessa di un tempo, e riempì il minuscolo appartamento. La tavola era già apparecchiata ma l’unico piatto grigio non riusciva a rallegrarla. Jelena affettò la radice di rafano e ridusse a striscioline i peperoni, aggiungendo tutto alla cipolla che già galleggiava nell’acqua della pentola. La carne fu aggiunta poco dopo insieme ad un’abbondante dose di paprika.

L’aroma speziato iniziava appena a riempire la stanza quando una vibrazione fredda e inaspettata ruppe l’incanto del rito: una serie di colpi alla porta annunciava un ospite inatteso.

Jelena si sfilò il grembiule di cotone stampato a motivi floreali mentre si avvicinava all’ingresso con espressione neutra. Aprì la porta e per un istante non seppe celare la sorpresa.

-Slavko!

Il ragazzo poteva avere la stessa età di Jelena, i capelli nerissimi e sottili erano fradici, così come i suoi abiti stinti. Il volto era bagnato di lacrime e forse di pioggia.

-Lenucka…

Le parole gli erano uscite a malapena dalla bocca, ma la voce era quella di sempre, con la tipica cadenza contaminata di chi era nato al confine bulgaro. L’aveva guardata a lungo senza parlare. Infine aveva raccolto il fiato e i pensieri.

-Lo sai che non c’era altra scelta…

Jelena lo guardava con aria infinitamente triste.

-Non c’era? Insieme potevamo…

-No! No, non avremmo potuto, lo sai… Forse non siamo mai stati veramente "insieme". Eravamo in presenza l’uno dell’altro, affrontavamo le stesse vicende condividendo molte delle sensazioni, ma eravamo soli. Ognuno in compagnia solo di se stesso, condannato a non potere allungare la mano.

Slavko si avvicinò a lei di un passo, ma istintivamente la ragazza rabbrividì indietreggiando. Il suo tocco e il suo abbraccio erano divenuti quelli di un estraneo o, peggio, quelli di chi abbandona.

-Slavko tu…

Non poteva finire la frase, non aveva neppure idea di ciò che si sarebbe potuto dire. Il suo sguardò percorse rapidamente l’intero spazio dell’appartamento e si soffermò sulle pietanze profumate.

-Ti fermi a cena? Ho preparato la teleca corba.

-La tua specialità…

Lui sorrise, sorrisero entrambi per la prima volta. Jelena smise subito, però.

-Non ti darò un solo grammo di carne se non mi dirai perché l’hai fatto.

-Non occorre. Tu sai già che non mangerò con te, oggi. Sai anche perché era necessario.

Slavko si voltò lentamente verso la porta e fece il primo passo senza aggiungere altro. Fu allora che Jelena afferrò il senso di tutto.

-Mi mancherai…

La porta si richiuse; nell’appartamento restarono solo il silenzio sospeso e il profumo della zuppa ormai pronta. La ragazza si mosse ed aggiunse gli ultimi ingredienti.

In lontananza continuava il rumore dei tuoni: L’esercito di Serbia avanzava.

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dal quotidiano "Oslobodenje" del 29 Settembre 1992:

"La Sarajevo ferita dai bombardamenti non è solo una città, ma una comunità di persone che cadono a pezzi. Le ferite dei nostri cuori continuano a sanguinare e sono sempre più numerosi coloro che non riescono a sopportare. Ieri anche Jelena Filipovic si è arresa, seconda tra gli studenti sopravvissuti alla strage che nel Maggio di quest’anno ha colpito il Sarajevska Druga Gimnaizija. Gli studenti morti quel giorno furono 31, ma la cifra sembra destinata ad aumentare ancora, dopo aver raggiunto quota 33 a distanza di pochi mesi. Anche Jelena era tra i ragazzi sopravvissuti quel giorno, così come il giovane Slavko Stimac, affogatosi nel Miljacka il 17 Agosto. La Filipovic, che avrebbe compiuto 19 anni il prossimo Ottobre, ha scelto la morte per avvelenamento, come indicato dal breve biglietto di addio, ritrovato da…"

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